Home

mercoledì 6 maggio 2009
Tabagismo
Minestra, fagioli, tonno, formaggio, bresaola, pane e tonno. Sono stata a cena dai miei questa sera. Sale, olio, un filo d'aceto e di sarcasmo. È stata una serata come tante già vissute e uguale a quelle che verranno. Gelato, cioccolata, tetris a due, sul divano in tre non ci si sta. Ho raccolto i miei vestiti estivi e riposto quelli invernali. Ho raccontato, riso e condiviso la settimana. Borsa, libri, giacca, scarpe. Come sempre ho chiuso la porta da sola, il pomello pesante, nelle orecchie un litigio appena iniziato. Catena, bicicletta, semaforo. Sul marciapiede una coppia si baciava: le teneva la testa nella mano destra, gli avvolgeva il collo con le dita intrecciate. Una risata, rosso, giallo, verde, via. La strada in discesa. Ho sbadigliato, pedalato e rischiato di investire un pedone. E allora, naturalmente, stridere di freni, Attenzione Signore!, due ostie e un sacramento. Sulla porta della pizzeria c'è sempre un gran fermento. Una guardia del corpo controllava i bicchieri, due fidanzati litigavano un passo più in là. Le gridava Troia!, lo copriva di singhiozzi. Mi è caduta la catena. Merda!, in ginocchio, grasso tra le dita, camicia sporcata. Al pub delle Poste il martedì c'è l'happy hour. La birra costa tre euro, uno shot sembra acqua fresca, oggi la strada pareva un bivacco. Tre amiche scherzavano, la quarta assaggiava la lingua dello sconosciuto dalle All Star blu. Chiavi, scale, buio, portone e casa. Sono sul balcone, dal cortile salgono le risate degli universitari della finestra accanto. Aria pungente, odore di canne, ricordi di via Zamboni. Nella finestrella a fessura, la solita, il mio vicino fa l'amore. Di solito è sesso, ma stasera la ragazza è speciale. Oh, sì! Ooh, sìì! Oooh, sììì! Anche le stelle si fanno compagnia; rabbrividisco, sospiro e penso alla notte. Tutti hanno un amico. In fondo noi siamo sole: io, la luna e la mia sigaretta.
Pubblicato alle 1:49
[Commenta] [Vedi commenti] (2)

martedì 7 aprile 2009
Cuore gialloblù
Lunedì 7 aprile 2009. Oggi una scossa di terremoto ha devastato la provincia de L'Aquila. Più di centocinquanta i morti, millecinquecento feriti, settantamila sfollati. 5.8 gradi di magnitudo: l'Abruzzo è in ginocchio, Onna il paese cancellato dalle mappe. I giornali parlano di bollettino di guerra, le radio raccontano la tragedia imprevedibile, la tv afferma: Chi legge il radon lo sapeva .
Ore 3.32, la terra tremava e io dormivo. Vinta dal sonno poco prima, una mano sulla pancia e la destra sotto il cuscino, ero a Bologna su un futon artigianale. Inutile dire che russavo: niente pelez riciclato, niente ronzio della caldaia. Ero sul mio matrimoniale sospeso a metà tra i sogni e la parete. Io dormivo, loro urlavano.
Ore 9.25, denuncia in mano, Giuliani s'incazzava o forse gongolava: Io ve l'avevo detto. Mi sono svegliata, la solita testata nelle travi del tetto Quanto traballa il materasso, non regge il mio peso, di qui crollerò. Mi sono girata, me ne sono fregata, e loro morivano.
Ore 12.00, I primi feriti negli ospedali romani. Parte la protezione civile da Trento. L'Ansa batte, l'ansia cresce. Venti mezzi, cento pompieri, alcuni forestali sull'autostrada. Io alle prese con la cioccolata d'autore. Lindt, Caffarel, Majani e artigiani; fondente, al latte, bianca. Cestini, fiocchi e speranza. Perché, si sa, gli italiani non rinunciano alla sorpresa. Io (a osservare) ingrassavo, loro accorrevano.
Ore 13.17, Barack Obama, Abdullah Gul, Dmitry Medvedev, Hans-Gert Pöttering, Josè Manuel Barroso, Nicolas Sarkozy, Boris Tadi, Anibal Cavaco Silva, Georgy Parvanov, Martin Schulz, Hosni Mubarak. E poi ancora Svezia, Arabia, Germania, Ausria, Grecia, Israele, Paesi Bassi, Polonia, Irlanda, Finlandia, Ungheria, Svizzera, Malta, Estonia. Condoglianze internazionali all'Italia. Pranzato, lanciavo i piatti nel lavello e me giù per le scale. Piazza Duomo, piazza Pasi. Registratore in mano, taccuino pronto: Le notizie ci sono, basta cercarle. Io lavoravo, loro cercavano i dispersi tra le macerie.
Ore 20.15, su YouTube il risveglio agitato del Grande Fratello, sisma anche a Roma. Spettacolarizzazione della notizia, notizia spettacolare. Seimilaottocento caratteri: scrivevo. Il Trentino volley ha vinto la Champions league, Magri non c'era. Niente spumante spruzzato, solo slogan cantati fino a togliere la voce. Io raccontavo imprese, per loro ora sopravvivere è un'impresa.
Ore 23.57, la terra trema di nuovo. Denti lavati, mi preparo alla notte. Camomilla in mano, il cucchiaio tintinna nella tazza. Mescolo la tisana e rimesto insani pensieri: Il senso di colpa dell'Itas, che non ha festeggiato. Sa che le grida dei fan hanno svegliato Gaia. E che la Terra non ha potuto evitare di battere le mani quando ha visto la coppa europea colorarsi di giallo e blu.
Pubblicato alle 3:09
[Commenta] [Vedi commenti] (0)

domenica 5 aprile 2009
The sound of music
Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.


La notte buia dal mio balcone, una frase scritta bene, i ricci di un'amica, gli occhiali appannati, un ricordo in fotografia, il tramonto sulle onde, una mail inaspettata. La cioccolata sul cucchiaio che ha guarnito una torta, la primavera in gola, succo di arancia sul palato, polenta e funghi sopra il pane, basilico, sesamo e rosmarino. Il profumo dei mughetti sotto un caco, il mare nelle narici, sapore di neve, gusto di sottobosco, i panni inamidati, gomma e plastica, il cuoio. Un rumore di tacchi sul selciato, il ticchettio della pioggia, una canzone nuova, chi legge per me, il sibilo del lettore che cambia pagina, una zip che si apre, le chiavi nella toppa. Una pagina ruvida, un cuscino di piuma, lo smalto sulle unghie, barba di tre giorni, la tastiera di un notebook, acqua sulle ferite, spugna sulla pelle. Raindrops on roses and whiskers on kittens, bright copper kettles and warm woolen mittens. Brown paper packages tied up with strings: these are a few of my favorite things. Non è il suono della musica, non dal favo non cola miele. Questa notte profuma di domenica: lasciatemi gustare il piacere dell'attesa.
Pubblicato alle 2:24
[Commenta] [Vedi commenti] (0)

domenica 15 febbraio 2009
pH3
Mi alzo alle nove per lavorare sodo,
casa vuota, di dir due parole non ho modo.
Intervisto un tecnico dalla voce simpatica,
la mano scrive, la seconda domanda pare automatica.
Bevo il caffè e mangio un dolcetto abbandonato;
È un giorno qualunque, ma qualcuno ha festeggiato.
Esco di casa, il sole è sempre lo stesso,
chiudo il cappotto, incontro il vicino dall'aria da fesso.
Oggi il Corriere in edicola non costa di meno,
ma il tabaccaio, devo dirlo, ha una faccia da scemo.
Al solito inciampo e mi cade la borsa,
chi la raccoglie ha l'affanno: Avrà fatto una corsa?
Attraverso, un'auto inchioda, le ruote fanno scintille
alla donna al volante grido: Sei un'imbecille!
Guardo il cielo, il vento ha portato una giornata tersa
ma la ragazza sulla panchina mi sembra un po' persa.
Cammino e del giornale leggo la vignetta
poi alzo la testa: una russa fischietta.
Mi chiedo cosa sia successo a 'sti ignoti
I trentini paion tutti un po' idioti.
Vedo vetrine rosse, pizzi e cuori di cioccolato.
Lucchetti ai lampioni, oggi ognuno vuol essere amato.
Penso alla data, dalla gola sale un grugnito
di colpo capisco cosa mi è sfuggito.
Quattordici febbraio, San Valentino,
è la festa di ogni cretino
che crede di essere amato
ma poi rimane fregato.
Pubblicato alle 0:58
[Commenta] [Vedi commenti] (0)

martedì 3 febbraio 2009
Home sweet home
Un portico; mortadella in frigo, frigo che ghiaccia e ronza. Caldaia bollente, freddo in casa. Tavolo instabile: mobile mobile. Crepe nel muro, spero di non crepare sotto le macerie. Pavimento di ciottolato, cioccolato dentro al letto. Polvere sotto il pallets, Che pallets l'affitto! Via Santo Stefano 128, Bologna. La mia casa cadeva a pezzi, ma la mia vita stava in piedi. Intonaco nel piatto, lampadario in testa, umore alle stelle. Non importava se dopo la doccia la sabbia sporcava i piedi, chissenefregava se il bagno si arieggiava sulla cucina. La lavatrice si mangiava i calzini e mancava la messa a terra? Pazienza. Era casa mia e io ero sua.
Un giorno tutto è cambiato. Fuori non pioveva, dentro me sì. Niente più biberon di grappa e computer tra le mutande. La sera niente radio ed esami, le stanze vuote delle tagliatelle alle risate. Addio ai gatti del vicino e alla sua bimba, Sophie. Niente più internet a singhiozzo, non devo fare da antenna per vedere un tiggì. Separazione forzata. Non te la prendere, ma c'è un'altra (famiglia) che aspetta.
Via Palermo 12, Trento. Il quarto piano mi ha vista bambina: sarebbe incesto, non passione. Perciò: via San Marco, via Muredei, via Einaudi. Largo Carducci, via Volta, via Mazzini. Piazza Garzetti, via Cavour, via San Martino. Trento, centralissimo, a Ravina. Dietro il Duomo, a Sopramonte. Trento sud, affarone seicento euro e spese. Cerco casa, non un appartamento. Poi legno e odor di cera. Soppalco, sole e montagne. Termosifone caldo, tavolo ribaltabile, mobile mobile. Giroscale a pezzi, l'armadio il pezzo forte. Vedo il computer sul balcone, lo speck in frigo. Lavatrice nuova, deflusso del water perfetto. Ma, soprattutto, un portico. Via Suffragio 112, Trento. D'un tratto capisco, gli spazi hanno un cuore, le case sono amori. Se finiscono, si deve soffrire e poi guarire. A luglio un trasloco ha rapito un pezzo di me. Ora un altro pagherà il riscatto: sono pronta a un nuovo lieto fine.
Pubblicato alle 3:24
[Commenta] [Vedi commenti] (4)

sabato 13 dicembre 2008
Tradizioni
Santa Luzia l'è vizina:
puteloti, né a dormir,
meté fora la farina
e no feve pu sentir.


A Milano dicono che il giorno di Santa Lucia sia il più breve dell'anno. Quello prima invece è il più lungo. Per me è sempre stato così. La mattina, da bambina, sapevo che le ore non sarebbero passate veloci, il dodici dicembre. C'era la scuola, c'erano i compiti, c'era la piscina. C'erano i giochi, c'erano i compagni, c'era la cena. Ore lente tra i banchi. Ore lente tra il sussidiario e l'astuccio. Ore lente nello spogliatoio e in vasca. Lente masticate di broccolo.
Poi, alle otto e mezza, quando fuori era buio, quando fuori era silenzio, mi davo da fare. Alle otto e mezza, l'evento. Piatto di porcellana, sale grosso e farina gialla. Sul balcone gelato, in attesa del campanello. Sul terrazzo in attesa dell'asino. E poi Senti che odore!. Finestra aperta, piatto gelato. Piatto riempito. E i nonni ridevano, Povera bestia, doveva avere tanta fame con tutta la strada che ha fatto! Un anno arrivò Marcellino. Una bambola: Marcellino Maradona, per il mio nonno. L'anno dopo arrivò mia sorella. Cresciuta, stringeva i pugni sugli occhi e piegava le ginocchia. Si sedeva sulle caviglie. È sempre stata un tipo sportivo. Si sedeva sulle caviglie e aspettava. E aveva paura, non voleva aprire la finestra: la santa e il ciuco potevano essere ancora lì.
Venerdì dodici dicembre duemilaotto. Manifestazione Cgil, interviste ai consiglieri. Pioggia, tremila battute, no, quattromila tonde. Alla ricerca di una storia da raccontare, vediamo di non fare errori. Ho scritto, mi sono innervosita. Le ore sono trascorse veloci. I minuti sono volati. Mi ero dimenticata la data. Poi, piatto in cucina, che l'asino ha freddo se deve uscire. Mamma, hai comprato tante cose? Mi tengo un posticino? Il campanello. Dolci pensieri, dolci, torrone e cioccolata. Sul piatto gelato un pacchettino. Un po' di diottrie dalla santa cogli occhi sul vassoio? No, una penna, l'unico regalo utile per il mio mestiere. Forse Santa Lucia si era stancata di vedermi aprire tutti i cassetti di casa in perenne ricerca di una biro che vada.
Pubblicato alle 2:03
[Commenta] [Vedi commenti] (1)

giovedì 11 dicembre 2008
Il torto di Ryszard Kapuscinski
Mercoledì mattina. Apro gli occhi, mi stiracchio, mi rituffo sotto le coperte. Fuori dal piumone fa più freddo del solito. Poi trovo il coraggio di affrontare la giornata. Occhiali, vestaglia, persiane. Devo ricordarmi di lavare gli occhiali la sera, sennò la mattina mi sembra di essere diventata cieca. Bagno, acqua, deodorante, lenti a contatto. Vado in cucina, accendo il fuoco, travaso il caffè, guardo fuori dalla finestra. Nevica. Non ero io cieca, la Provincia col suo comunicato aveva ragione. Che fiocchi enormi, che bianche le strade. Che bella la neve! Mi preparo per uscire: penso a quando neve voleva dire slitta, a quando slitta significava Natale, a quando Natale voleva dire famiglia, a quando famiglia significava amore. Ricordo palle di neve e mutande bagnate. Dentro di me sento l'odore delle stufe a legna e mi sembra di essere a Cavalese. Esco. La neve scricchiola sincera sotto gli scarponi e si raccoglie in palline sulla lana dei guanti. Io amo la neve!
Pago le tasse, compro il giornale (Subito in borsa, così non si bagna.), suona il telefono. Va bene, Simone, alle tre in redazione, ma alle 9 ho un impegno.
Casa, inforno la pizza, preparo la borsa, controllo gli orari dei bus. Dopo pranzo esco di corsa, il Tre mi passa davanti. Aspetto l'Otto col suo sferragliare di catene. Arriva, ma le porte non si aprono. Devo entrare per forza, sennò perdo il Dieci, non c'è alternativa. Mi stringo a una signora che capisce solo il russo, proteggo il computer dalle gomitate di un trentino oversize. Odore di sudore, male ai piedi (Quando si pestano si chiede scusa!), ombrelli bagnati, cosce fradice. Inconvenienti, ma fuori c'è la neve!
Via Missioni Africane, saluto tutti, conosco Christian. Mi sistemo in Sala riunioni, accendo il computer. Batteria scarica, corrente in arrivo. Consegne, Protezione civile, strade chiuse, bocche cucite, macchine tamponate, alberi crollati. Un migliaio di utenti senza energia, centocinquanta gli uomini all'opera. Chiamo il meteorologo, sento il nevologo, intervisto l'esperto, contatto il carabiniere, interpello il comandante dei vigili, scopro quanti spalaneve lavorano. I centimetri di neve salgono: venti, quaranta, cinquanta, settanta. Sale anche l'adrenalina. Pericolo di valanghe, si chiudono le strade. Statale Cinquanta, Quarantotto, Seicentoquarantuno, Duecentotrentanove. Provinciale Centotrentatrè, Centoquarantadue, Settantanove, Trentuno, Venticinque, Ottantacinque, Ottantasei, Trentaquattro, Duecentoquarantadue, Duecentoventuno. Si scarica il telefono. Batteria scarica, corrente in arrivo. Le scuole? Chiuderanno le scuole? Disagi in Valsugana? Ruffrè senza corrente? Cavalcavia in via Maccani chiuso? Via Brennero in colonna? A-ventidue a singhiozzo? Rallentamenti in uscita a Trento centro?. Marta vieni di là, che ti cercano. Marta potresti sentire quella signora lì. Vei, Marta, vei. E poi le battute: tremilasettecento, millesettecento, semilaegiudilà. Esco dalla redazione, sprofondo fino al ginocchio. Appuntamento saltato, concerto finito, pizza con Ian e incontro un'amica. Ma ho sonno, non riesco a parlare, faccio fatica a ascoltare. Penso di odiare la neve. Anzi, io odio la neve!.
A casa. Mi siedo sul letto e con tanta amarezza nell'anima finalmente capisco il senso di quello che da mesi sento dire e che da sempre non voglio credere: il giornalismo rende ciniche le persone.
Pubblicato alle 22:03
[Commenta] [Vedi commenti] (2)

mercoledì 10 dicembre 2008
L'autonomia va in vacca
(e forse anche il mio blog)
Voce del verbo languire: diventare debole, fiacco, ridursi in uno stato di estrema prostrazione fisica e morale, consumarsi, indebolirsi, perdere vigore, forza e intensità, venir meno, scemare. Intransitivo.
Questo blog langue da troppo tempo. Da così tanto tempo che i mesi si sono trasformati in contenitori vuoti; da così tanti giorni che lo spam si è impadronito delle pagine abbandonate.
Non scrivo quasi più. Eppure di cose ne sono successe molte. Ho perso una casa e trovato lavoro. Ho fatto due incidenti e imparato a guidare. Ho trascurato il dovere e scoperto una passione. Ho dimenticato chi ero e mi sono inventata chi sono. Ho sprecato gioia e lesinato rabbia. Ho trattenuto il rimpianto e abbandonato la speranza. Ho ferito un'amica e aiutato il nemico. Ho perso mille occasioni e riconosciuto due opportunità. Ho rinnegato i sogni e mi sono tuffata nella realtà.
Non scrivo quasi più. Eppure il mondo è cambiato. Un ragazzo è annegato perché voleva nuotare, un bambino è morto perché voleva giocare. È scoppiato uno scandalo e si è già sgonfiato, la campagna elettorale è iniziata e il presidente è già stato riconfermato. La Gelmini ha iniziato la riforma e l'occupazione a Sociologia è ormai finita.
Non scrivo quasi più. Eppure di gente ne ho incontrata. Un politico mi ha insultata, un sindacalista affascinata. Uno studente mi ha corteggiata, un poliziotto aiutata. Un funzionario mi ha stordita, un collega seguita. Una ragazzo mi ha spaventata, un vecchietto consolata.
Non scrivo quasi più. Eppure di sciocchezze ne ho viste. Magnadora e Mucca Autonomia. Concerie senz'acqua e capre in Provincia. Matrimoni importanti e abiti verdi. Wall Street al verde e bandiera bianca. Presidenti abbronzati e cittadini impalliditi (dalla vergogna).
Non scrivo quasi più. Eppure di pagine ne ho riempite. Ferito un torrentista, salvataggio notturno. Charly Gaul: adesioni eccellenti. Camparta, un errore bloccare il canile. Moschea: la Lega presenta i quesiti. Lotta ai tumori, a confronto duecento scienziati. I cacciatori trentini: lotta dura ai bracconieri. Autobus aperti a mamme e bebè. Sconti Coop, librai all'attacco. I giovani: non c'è nulla da celebrare. Polo duro, governo di cialtroni. Ateneo svendesi per fine attività. Panizza: il mio futuro? Deciderà il partito. Regione, luogo di dialogo. Facebook: festa per pochi.
Non scrivo quasi più. Eppure è una necessità.
Voce del verbo riordinare: rimettere in ordine, chiarire, dare un nuovo assetto, riorganizzare rendendo più efficiente, impartire nuovamente un ordine. Transitivo.
Non ho scritto per molto, ma forse avevo solo bisogno di riordinare la mia vita.
Pubblicato alle 1:58
[Commenta] [Vedi commenti] (4)

lunedì 28 luglio 2008
Vento in poppa
Dal quattordici al ventun luglio: una settimana.
Dalle quattordici e trenta alle diciassette: un pomeriggio.
Atrio scintillante, ascensori trasparenti, facchini facce nere e guanti bianchi, dipinti e statue, ottoni brillanti. Quattro ristoranti, casinò, gioielleria, centro benessere, palestra, galleria d'arte, sale da ballo e sala giochi. Crociera Costa: il lusso in mezzo al mare.
Albero, boma, fiocco, randa, deriva, timone e giubbotti di salvataggio sdruciti. Laser 2: pochi metri per mettere culo e corde. Scotte, pardon.
Eliche e motori, cinque camini e stabilità perfetta. Le pastiglie per il mal di mare rimangono in valigia. Sei centimetri di tacco sopra il marmo della scalinata, sotto duemila metri d'acqua. Costa Fortuna: il mare si vede dal tredicesimo ponte.
Vento di temporale, vento che ti rapisce. Onde dispettose, impertinenti spruzzi d'acqua sulla fronte, scafo troppo inclinato, la barca pesca, piedi bagnati. Barca a vela: sposta il peso che cadiamo giù.
Eleazar Delos Santos si inchina e mi porge il menu, La cena di gala è servita.
La Patti controlla, inforca il binocolo, si raccomanda. Sta'attenta a non beccarti il boma in testa.
Venezia, Bari, Katakolon, Santorini, Mykonos, Rodi, Dubrovnik: paesi stranieri dal sapore antico.
Il Cus, la Ca' Rossa, la Velica; poche pretese e paesaggi stupendi.
Aria condizionata e raffreddore. Se non usi l'Acqua di Sirmione, tanto male non stai, arriccio la fronte, rispondo male e me ne vado.
Centro del lago, sguardo attento, sono pronta a virare. Hai paura? Sorrido: a volte scambiamo il fumo per l'arrosto. Ci dimentichiamo che una buona compagnia e un po' di fatica possono rendere hotel ciò che pare baracca e trasformare un lago nel più masestoso dei mari.
Pubblicato alle 1:18
[Commenta] [Vedi commenti] (0)

lunedì 7 luglio 2008
Messa rock
Luglio a Bologna. Mancano tre giorni all'esame, due gradi allo sfinimento e una settimana al mio compleanno. Uomo a una dimensione. Filosofia politica e Marcuse. Studio e sudo; studio e mi annoio. Diciotto e trenta, pagina 128: decido di andare a messa. Confido nella frescura della chiesa.
Gonna leggera e passo veloce. Parrocchia di San Giuliano. Prima lettura, pochi posti liberi, tante vecchine muovono l'afa moderna con ventagli d'altri tempi. Capelli bianchi, occhi azzurri, vestito arcobaleno: si sposta per farmi sedere. In piedi. Dal Vangelo secondo Matteo e inizia la festa. Il parroco legge, si sentono solo i Doors. Concerto dell'ASIM a Porta Santo Stefano per raccogliere fondi. Hey Joe e la sua band fondata nel 1967: magliette metallizzate e barbe imbiancate. Mo'va ben ch'l'è la sclerosi multipla, ma la civiltà l'è la civiltà. 'Sto remitur giorno e notte, diavolo! Imprecazione pungente, imprecazione cristiana. Il don si aggiusta i paramenti, le pie attonite riaprono i ventagli, la lettura può riprendere.
Parola del Signore e un gemito acuto dall'ultimo banco. Ha i capelli neroblu e circa sessant'anni la signora dalla faccia sfigurata e l'indice puntato sull'altare maggiore. Penso a un colpo di calore, a un malore. Mi ricredo: la paffuta moglie del secondo banco salta sull'inginocchiatoio e si aggrappa allo schienale. Scricchiolio sospetto del legno e squittio flebile dall'altare. Cari fedeli, l'è sol en pàndg! Dopotutto anche i topi sono creature di Dio. Perpetua e scopa, sagrestano e cestino delle offerte: caccia aperta e predica urlata. Knockin' on Heaven's door, predica poco udita.
Ratto veloce, scompiglio diffuso, donne guardinghe e attenzione labile. Comunione e Vita spericolata. Benedizione e applausi: canzone terminata, roditore scomparso e messa finita. Esco dalla chiesa. Chiesa moderna nell'architettura, chiesa che non ha saputo donarmi sollievo dall'umidità soffocante, chiesa che però mi ha saputo distrarre dalla noia dello studio.
Pubblicato alle 12:33
[Commenta] [Vedi commenti] (2)
   > >|