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martedì 1 luglio 2008
World Wide Waste
Laurea triennale: Comunicazioni di massa, un esame insulso. McLuhan e il Villaggio Globale, autori eccentrici e teorie posticce. Niente arrosto, tutto fumo che però non riesco a dimenticare.
Accade così che cinque anni dopo, durante il riposo marino di un fine settimana della sessione più calda dell'anno, mi trovo a esperire la teoria. Lido di Jesolo a fine giugno: studiare è un'impresa. Appartamento soffocante, spiaggia rovente e rumorosa, mare troppo bagnato per il computer. Il pontile: unico rifugio, la mia salvezza. Mi siedo, portatile sulle ginocchia. Studio e, on line, mi iscrivo all'esame. Il progresso tra le onde; sono l'ultimo lembo di tecnologia prima del mare. Gli sviluppi in ambito informatico permettono nuovi approcci e inedite comunicazioni al di là delle consuete dimensioni dello spazio e del tempo. Vero, tra sole e paguri mi sento a Bologna. La sera, sapore di citronella, caccia alle zanzare e nulla da fare. Siamo pochi per giocare a Scala quaranta. Spider e Campo minato. A seguire film nella brezza salmastra e il brontolio della risacca. Sabrina e mi sento a Parigi. La nuova dimensione della comunicazione comprime lo spazio e accelera lo scorrere del tempo. Presente e passato, qui e lì si fondono. Mi addormento tardi, dopo aver mandato sms a Trento e Verona, e comincio a pensare che quella del Villaggio Globale forse non era solo una banalità . La mattina seguente mi bastano però poche ore nella stazione di Mestre e settanta minuti di ritardo del regionale per Bologna per riacquistare lo scetticismo del pendolare. Il mondo è interconnesso, le città diventano i nodi della nuova rete spaziale. Non ci credo più: Trenitalia e le sue mancate coincidenze attese al sole smentiscono ogni ottimistica sociologia. Accade così, vivendo la teoria e guardando l'orologio beffardo che domina la mia giornata dal muro della stazione, che capisco che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Che tra il mare e l'università c'è un viaggio in treno, che lo spazio non è appiattito, che il tempo non è compresso: è solo sprecato.
venerdì 27 giugno 2008
Décidé, vigoreux, granitique, un peu vif
(quel che provo tra Bembo e Messiaen) Quattro giugno, Riva del Garda: pianoforte, clarinetto, violino e violoncello. Superbo Messiaen: quartetto per la fine dei tempi. Abbandono Bologna per un'incredibile esecuzione, non credo ai miei sensi quando tocco l'armonia dei musicisti durante le prove. Non finiscono le frasi, ma si capiscono; non si danno il tempo, ne hanno uno comune. È, amico è un silenzio che vuol diventare musica.
Due settimane e qualche giorno in più a Trento. Francesca mi aspetta per andare al cinema, Francesca mi chiede come sto, Francesca mi pensa durante il colloquio, Francesca capisce che lunedì non tornerò. Si preoccupa ma non lo mostra. Manco gli appuntamenti e infrango promesse: un po' mi odia. Eppure stordisce di mail impazienti la mia posta elettronica. È, amico è uno che ha molta nostalgia di te. Ventidue giorni dopo torno in Via Azzo Gardino 23, torno in Dipartimento. Ritrovo professori scorbutici che razionano il tempo di ricevimenti nevrotici, ritrovo la stanchezza dell'afa emiliana, ritrovo chi sa ristorare corpo e spirito con discorsi a base di prosciutto e melone. È, l'amico è il più deciso della compagnia, e ti convincerà a non arrenderti anche le volte che rincorri l'impossibile. Paola si entusiasma per il mio tirocinio, parla dei suoi esami: mi ricorda come ci si appassiona. Ventisei giugno, sera. Ritorno in Via Santo Stefano 128, ma non è più casa. Il proprietario e i futuri inquilini scendono le scale, io le salgo. La bicicletta è stata spostata, non trovo il cestino. Valigie e scatoloni. E Sara sulla porta che sorride, o forse gongola, quando mi dice che domani parte. Convivenza finita: non lo avrei saputo, se fossi rimasta a Trento. E poi, a proposito, le devo trentaquattro euro per il gas. È tanto che non parliamo sinceramente, non ci siamo chiarite, forse non ci siamo capite e comunque non può finire così. Offro il fianco: dovremmo brindare, fare una fotografia, rompere un muro, abbattere quello dell'indifferenza, insomma, non può finire così. La freddezza trafigge la carne, il cinismo si conficca nell'osso: non serve, inventariamo e dividiamo i beni, che è più utile. Lavatrice a te, microonde a me; televisione a te, amarezza a me. Suona il campanello. Francesca al cancello pazienta mentre e io trovo le chiavi tra calzini e rimpianti. Mi cambio tre volte e siamo in ritardo. Capisce che gattacicova, ma non chiede. Aspetta che parli da me e tracanna uno spritz. Sa, l'amico sa, il gusto amaro della verità , ma sa nasconderla e per difenderti, un vero amico anche bugiardo è. L'una di notte, non va tutto bene. Saluto Mario: goditi Salerno quest'estate. Daniele non mi bacia, ché ci vediamo ancora. In autobus o a piedi vanno a casa; io giro la chiave nella serratura e rimesto emozioni. E l'impressione che ho è quella di non aver caricato l'orologio della mia vita troppo a lungo; sento di essere rimasta, due settimane senza i miei amici quotidiani, bloccata alla fine del tempo.
giovedì 26 giugno 2008
Train for two
I papaveri macchiano di rosso l'erba scura: sta calando la notte sulla pianura. Il regionale 2265 per Bologna sferraglia maestosamente sopra il Po. Zanzare e afa: umidità visibile a occhio nudo. Finestrini annebbiati: nel terzo vagone la temperatura è diversa. Nel terzo vagone si gela. Nel terzo vagone, il mio vagone, solo studenti infreddoliti. Assonnati sfogliano libri di diritto internazionale e biochimica, annoiati disegnano cerchi concentrici sulla condensa del vetro, beati sonnecchiano a ritmo di I-pod.
Sono al computer: lotto con la carica della batteria che sta per finire, pianifico gli esami, oltre l'angolo dello schermo sbircio chi mi circonda. Di fronte Saverio (targhetta sullo zaino suo e perspicacia mia) consuma le pagine di un saggio dal titolo improbabile. Zingari di merda. Piuttosto critico. Molto sconcertante nell'abbinamento con la faccia da scolaretto che ripara nel cappuccio della felpa. Forse si accorge che lo guardo, magari già da un po' mi osservava: Bel computer. E ragazza intelligente, è un sacco che scrivi. Ringrazio, sorrido. È un rimedio alla noia del viaggio. Non molla; nonostante la temperatura polare il ghiaccio si è rotto e adesso vuole chiacchierare. Mi infilo un'altra maglia e scopro che ha la mia età, studia economia e gioca a basket. Avvolgo le spalle nella sciarpa, starnutisco e scopre che sono allergica al pelo di gatto. Scambio di battute, il libro in tasca, il treno si ferma, lui scende. Batteria al dieci percento, speriamo duri ancora un po'. Sfrutto gli ultimi attimi di tecnologia a mia disopsizione e mi accorgo troppo tardi che il ragazzo dalla borsa Arena, occhiali e occhi blu, e fisico da tuffatore mi sorride. Lo saluto mentre si avvia alla porta; mi scopro immersa in flessioni alla Carrie Bradshaw. Ho i capelli arruffati, la maglia incollata alla schiena da un sudore ormai ghiacciato, le occhiaie di chi ha abbinato pollini e lenti a contatto. Mi sento decisamente poco attraente, ma ho attirato l'attenzione di qualcuno. Sarà la noia del viaggio, sarà l'effetto collaterale di un'impertinente aria condizionata: gioco o scherzo non importa, la mia convinzione che il treno è fatto per flirtare ha trovato conferma.
giovedì 5 giugno 2008
Bacco perbacco
(ecco cos'è vivere) Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore! Ciascun suoni, balli e canti! Arda di dolcezza il core! Non fatica, non dolore! Ciò ch’a esser convien sia. Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza. Incerto il futuro, e in forse anche la futura festa di Mesiano. Sabato una ragazza si è ubriacata e non si è accorta di esser stata violentata. Polemica scoppiata, perbenismo infuocato. Si cercano i colpevoli, si colpevolizzano famiglia e società. E i giovani, che non sono più quelli di una volta. Non conoscono il rispetto, accusa il vecchietto dalla sua panchina; Vanno puniti, tuona la mamma al mercato. Niente più festa, dunque. Aboliti il rock, la techno e la disco; addio al travaso di Montenegro nelle bottiglie della Coca Cola. Niente più affetto trabordante di amici casuali; fine dei baci rubati in mezzo a un prato. Tradizione rimossa, tutti gli universitari trentini sconteranno la pena dell'idiozia di pochi imbecilli. Alla sbarra il divertimento, giudice l'opinione comune: è una storia già narrata. È una vicenda già sentita, Penteo contro Cadmo. Dioniso, demone o dio? Euripide ammonisce, il padrone del piacere poi si è vendicato. Quiete pubblica o repressione? Lorenzo De' Medici, che a vent'anni perse il padre e guadagnò Firenze, comprese l'importanza del Carnevale. Non lo abolì: compose canti in suo onore. Aveva capito che i riti di liberazione sono il collante della società: è forse per questo che lo ricordiamo come il Magnifico.
giovedì 29 maggio 2008
Basic Instinct
La cena è nei piatti, il silenzio in tutta la cucina. Non ci sono più argomenti comuni con Sara, solo imbarazzo. E tanto rancore. Basic instinct, istinto omicida. Perciò si accende la televisione. E ci si affida al tiggì.
Italia a pezzi, nota politica e discussioni. Miseria e routine. E una gaffe. Sharon Stone al Festival di Cannes rilascia un'intervista per un'emittente cinese. Basic instinct, istinto avventato. Poco buon senso. Il terremoto toccato ai cinesi ha a che fare col karma. Punizione giusta per una politica sbagliata. Basic instinct, istinto insensibile. Punire gli innocenti per gli errori dei potenti. Un terremoto pro-Tibet, come usa adesso. Basic instinct, istinto funesto. E funesta ira di Dior, che in Cina ora rischia di vedere censurata la campagna lanciata di fresco. Testimonial di profumo, leggerezza pagata profumatamente. Basic instinct, istinto costoso, insomma. Sara finge interesse e forza una risata. Basic instinct, istinto matematico. Conto fino a cento per non replicare. Conto fino a mille per non esplodere. Intanto rifletto. Karma: una volta non era punizione divina? Nome moderno di vecchio ammonimento. Il semplice fato non vende più. Basic instinct, istinto alla moda. O credenza derivata dall'esperienza personale? Forse la malattia appena sconfitta dalla bionda fatale era il prezzo da pagare per la bellezza sfacciata rubata alla natura. Bellezza e intelligenza, credevo. Ma ora mi chiedo se l'età sia davvero l'unica cosa che la Stone sa mascherare bene. Basic instinct: istinto bestiale o poco cervello?
lunedì 19 maggio 2008
Dedicato a te
A chi impone agli altri le proprie esigenze
e rinfaccia gli errori altrui in tutte le contingenze. A chi si sente troppo importante per mettersi in discussione; a chi non si sente vivo se non va in televisione. A chi spara giudizi ingiusti; a chi della birra finisce i fusti e non lascia agli amici un goccio. A chi la testa ha di coccio, ragioni non vuol sentire, e quando qualcuno soffre si permette di gioire. A chi fa delle proprie pene un dramma; a chi si aggrappa alle vesti della mamma. A chi, codardo, dietro un'ideologia si nasconde; a chi tiene i piedi su entrambe le sponde per non fare la scelta sbagliata. A chi non ammette di aver fatto una cazzata per rabbia, per amore, avidità o ingordigia; a chi non ammette che ogni tanto la vita è un po' grigia. A chi finge di dimenticare la coscienza sociale per senza scrupoli ad altri far male traendone profitto. A chi per la sua via fila diritto e non si ferma a aiutare chi aiuto implora. A chi male governa e lo Stato manda in malora. A chi pensa di non avere doveri, solo diritti; a chi se la prende con gli sconfitti. A chi pretende rispetto e rimane interdetto se qualcuno a lui lo chiede. A chi agisce in malafede; a chi si vende per sete di soldi, potere e gloria. A chi interrompe prima della fine una storia. A chi si prende troppo sul serio e le risate raziona seguendo un severo criterio. A chi ama tutto e tutti controllare e non lascia la gente respirare. A chi urla senza motivo; a chi finge di essere schivo e invece è falso. A chi pensa che lo sforzo è valso solo se un personale vantaggio è stato tratto. A chi pensa che un artista sia solo un matto; a chi ritiene inutili le passioni, a chi soffoca le emozioni. Mi rivolgo a permalosi, sbruffoni e a tanti altri, furbi o idioti, più o meno scaltri, e senza pudore Masini e Grillo emulo gridando a tutti vaffanculo!
giovedì 15 maggio 2008
Botte piena o moglie ubriaca?
Mi sveglio perché dalle tende penetra troppa luce e subito mi accorgo che sono in ritardo. Ritardo mostruoso, non ho sentito la sveglia: la sera leoni, la mattina coglioni. Pub con gli amici, piadina, patatine, Guinness e risate. Chi trova un amico... ha una sorella carina. Riadattamento postmoderno di detto antico di anonimo saggio.
Sono le dodici, il bagno è da pulire, la valigia è da fare e io sto a letto a rimuginare. L'ozio è il padre dei vizi. Il treno parte tra un'ora e mezza: devo darmi da fare. Biancheria, magliette, felpe, jeans: mancano ancora le scarpe. Lisoformio freschezza alpina, spegnere la caldaia, cinque mandate di chiave alla porta. Autobus preso di corsa, biglietto, pane, prosciutto e euforia. Non voglio perdere il treno. Voglia di casa, voglia di riabbracciare qualcuno. Bologna, binario uno Piazzale Ovest. Caldo e sonno. E finestrini bloccati. La signora che mi siede di fronte mangia una brioche, l'uomo al mio fianco mi osserva. Osteria Nuova, San Giovanni in Persiceto, Crevalcore, San Felice sul Panaro, Mirandola, Poggio Rusco, Ostiglia, Nogara, Isola della Scala, Verona Porta Nuova, Domegliara Sant'Ambrogio, Ala, Rovereto, Trento. Arrivata: casa dolce casa. Via Palermo, doccia e lavatrice. Bagagli riordinati, cena in famiglia. Ed è subito litigio. Parenti serpenti, dannazione. Mi rifugio in camera e scrivo. Scrivo per non sentirmi sola, scrivo perché i lettori sono personaggi immaginari creati dalla fantasia degli scrittori in cerca di compagnia. Scrivo, e solo ora mi accorgo che non volevo perdere il treno, ma nemmeno prenderlo. Nostalgia di Trento a Bologna, di Bologna a Trento. Non è la meta, ma il viaggio quello che conta. Ho capito cosa intende chi dice che i proverbi sono frutto della saggezza popolare.
sabato 10 maggio 2008
Mosca
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Appuntamento dall'oculista per venerdì pomeriggio, sedici e trenta. A Egna, senza automobile. Visita accurata e pomeriggio consumato. Misurata la pressione, esaminato il fondo oculare, testata la convergenza, fatte le misurazioni per lenti e occhiali. Siedo su una panchina in piazza, le gocce negli occhi si fanno sentire. E non mi fanno vedere. Atropina negli occhi: non posso guidare; atropina negli occhi: che fastidioso il sole; atropina negli occhi: la testa mi duole; atropina negli occhi: la miopia è il male minore. Siedo su una panchina in piazza e imparo a vedere con gli altri sensi. Sento la corriera arrivare e due fratelli strillare per un peluche, annuso la fioritura delle magnolie e schivo il sudore di un operaio che passa. Tocco il banco freddo della gelateria, riconosco i due euro dalla zigrinatura laterale, mi lascio consolare dalla dolcezza di un frappè al cioccolato. Erkennen Sie mich?, un anziano mi rivolge la parola. Né La conosco, né La riconosco e comunque non La vedo, mi spiace. Gusto l'ultimo sorso, raccolgo la borsa e cerco un cestino. Macchie colorate, contorni sfuocati, ho paura a attraversare. Tutto è minaccia e io sono sola. Sull'altro lato trovo i rifiuti, sbaglio la mira e raccolgo il cucchiaio. Mi giro e inciampo nello scalino. Se fosse finzione sarebbe comicità, se fossero parole sarebbero barzellette. Ma è la realtà, per fortuna passeggera. Penso a chi cieco lo è per sempre e d'un tratto capisco: i cani-guida sono iride, cornea e retina, ma soprattutto sostegno e affetto. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.
venerdì 9 maggio 2008
Spiderman
Marrone. Il corpo color terra bruciata, il passo seducente: fisico fastidiosamente sinuoso. Provocante, avanza verso di lei. Cammina in equilibrio sulla via dell'affermazione della virilità. Negli occhi neri la certezza della vittoria, in un tremito diffuso il piacere dell'attesa. Villoso la minaccia. Lo guarda incedere sicuro, un brivido le percorre la schiena. Paura: si sente debole, è in trappola. Passo determinato: vuole lei. Si sente nuda sotto il suo sguardo spietato e solo allora si accorge del profumo che emana intenso dalla sua pelle. Femminilità che lo ammalia e lo guida a lei nella penombra del pomeriggio.
La raggiunge: sembra un sorriso il suo, invece è solo un ghigno. È terrorizzata, ma non bloccata. Arretra di due passi. Si ferma, la disperazione ora le gela le articolazioni. Più sfuggente è la preda, più determinato il predatore. Sfrontato e violento la afferra. Arti bloccati, legata, non può che arrendersi alla volontà cruda del suo avvenire. La domina ansante, si muove agile su di lei, la usa e se ne compiace. Lei sente solo quel sapore amaro che le permea la bocca. Misfatto consumato, istinto soddisfatto, intimità violata. La abbandona alla solitudine inerte e prima che si sia liberata è già sparito tra le foglie. Bridal bondage, pratica animale dal sapore umano. Stupro, non sesso. Lui è un Ancylometes, il Ragno Pescatore Gigante; lei, la sua preda incastrata nella tela, gli assicurerà la discendenza. E-mails ammonitrici, spray urticanti, bracciali radio anti-stupro, corsi d'auto-difesa per studentesse all'università. E poi: Rapex, i preservativi femminili a tagliola. Precauzioni bestiali che gli animali non hanno, strumenti concepiti dall'ingegno dell'Homo Sapiens Sapiens che molto fanno discutere e poco aiutano gli esemplari femminili di quella strana specie.
mercoledì 30 aprile 2008
Articolo 21
Martedì sera. A Bologna un poeta lucano presenta il suo lavoro più recente. Pubblicità imponente e attesa trepidante. Ore 21.15, dunque, appuntamento sotto il Nettuno con Francesca e Paola. E il loro nuovo amico. Strette di mano Piacere, Marta; Fabrizio, piacere mio. Galante, non c'è che dire. Passo rapido e recuperariamo il ritardo, brevi pareri e confrontiamo le aspettative.
Ore 21.30. Una porta a vetri verde. Posticcia, sopra una targa, una terracotta. Maschera e grappoli d'uva, odore di cultura, sapore antico o stereotipo? Fabrizio mi cede il passo. Galante e vecchio stile, una rarità. Magari era solo paura o volontà di assicurarsi una morbida caduta: la scala ripida ci guida nello stomaco della poesia. Una cantina imbiancata, una decina di sedie foderate da vecchie lenzuola sdrucite, una cuccagna fari a sfiorare le teste del pubblico. L'arte non bada alla forma, si sa: genio e sregolatezza. Si spengono le luci, una ragazza presenta: capelli arruffati, maglia attillata e maculata, ginocchia piegate e piedi punta-contro-punta. Una poesia tagliente, delle lastre di parole, un acciottolio di contenuti. Un lapsus, capita. Lascio ora la parola al nostro giovane critico che ci presenterà l'autore. Il giovane critico precisa di non esserlo. È solo un amico del poeta che ha scritto qualcosa su di lui. Ma nemmeno troppo, a dire il vero. A pensarci bene non è nemmeno tanto giovane. E, preferisce chiarire, non è qui né per presentare l'artista né per elogiare i suoi versi. Poi con queste luci puntate addosso non vedo nemmeno le vostre facce, perciò mi sentirò libero di dire quello che vorrò. I latini la chiamavano captatio benevolentiae. La poesia va letta come forma sonora, esplode come le monadi di Leibniz, perché in questo mondo tutto è forma, insomma, un intreccio continuo di contenuti. Idee chiare, ben esposte, attenzione al pubblico e sintesi: qualità assenti. Ore 21.55, finalmente l'ora del poeta. Si alza dalla prima fila un uomo compunto. Capelli incollati a furia di gel sulla stempiatura, spegne il sigaro, beve un sorso di rosso e raccoglie da terra un plico di fogli. Si sistema sotto la luce e sistema i pantaloni. Parole italiane, versi dialettali. Nell'aria risuona una serie di rumori ruggenti. Ore 22.20. Le parole rimbalzano svuotate di ogni significato sul pubblico esterrefatto. Francesca soffre per soffocare il riso che le riga le guance di lacrime insolenti; Fabrizio dubita della bontà delle nuove conoscenze; Paola cerca l'arte nella mortificazione della parola e io penso alla lista della spesa e alla programmazione televisiva, che forse non era così pessima stasera. Magari c'era pure un film. Ore 22.25. Ma quando finirà questa pena?. Francesca è scossa dai singulti, il poeta recita i versi finali: Grrr, crrr, brrr! Gocce di sudore sulle tempie affannate, gargarismi di monosillabi nella gola tremante. Poi le convulsioni si tramutano in ringraziamento. Schivo guadagna l'uscita: al suo posto un criminale della melodia strazia un clarinetto rubandogli stonature, soffi e latrati. Peccato non esistano palpebre per le orecchie. Articolo 21 della Costituzione Italiana, limiti alla libertà d'espressione: "L'arte non è oscena e l'osceno non è arte". Ieri sera ho capito che i membri dell'Assemblea non si riferivano solo alla pornografia. |
Marta Romagnoli, scissa tra Trento e Bologna, tra la semiotica e il resto del mondo. Il mito di alcuni, l'enigma di molti. Mi perdo in appassionate letture e ardite scritture. Troppo ingenua e molto curiosa, l'unica cosa certa è che spesso mi accorgo di vivere in una barzelletta.
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