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giovedì 11 dicembre 2008
Il torto di Ryszard Kapuscinski
Mercoledì mattina. Apro gli occhi, mi stiracchio, mi rituffo sotto le coperte. Fuori dal piumone fa più freddo del solito. Poi trovo il coraggio di affrontare la giornata. Occhiali, vestaglia, persiane. Devo ricordarmi di lavare gli occhiali la sera, sennò la mattina mi sembra di essere diventata cieca. Bagno, acqua, deodorante, lenti a contatto. Vado in cucina, accendo il fuoco, travaso il caffè, guardo fuori dalla finestra. Nevica. Non ero io cieca, la Provincia col suo comunicato aveva ragione. Che fiocchi enormi, che bianche le strade. Che bella la neve! Mi preparo per uscire: penso a quando neve voleva dire slitta, a quando slitta significava Natale, a quando Natale voleva dire famiglia, a quando famiglia significava amore. Ricordo palle di neve e mutande bagnate. Dentro di me sento l'odore delle stufe a legna e mi sembra di essere a Cavalese. Esco. La neve scricchiola sincera sotto gli scarponi e si raccoglie in palline sulla lana dei guanti. Io amo la neve!
Pago le tasse, compro il giornale (Subito in borsa, così non si bagna.), suona il telefono. Va bene, Simone, alle tre in redazione, ma alle 9 ho un impegno.
Casa, inforno la pizza, preparo la borsa, controllo gli orari dei bus. Dopo pranzo esco di corsa, il Tre mi passa davanti. Aspetto l'Otto col suo sferragliare di catene. Arriva, ma le porte non si aprono. Devo entrare per forza, sennò perdo il Dieci, non c'è alternativa. Mi stringo a una signora che capisce solo il russo, proteggo il computer dalle gomitate di un trentino oversize. Odore di sudore, male ai piedi (Quando si pestano si chiede scusa!), ombrelli bagnati, cosce fradice. Inconvenienti, ma fuori c'è la neve!
Via Missioni Africane, saluto tutti, conosco Christian. Mi sistemo in Sala riunioni, accendo il computer. Batteria scarica, corrente in arrivo. Consegne, Protezione civile, strade chiuse, bocche cucite, macchine tamponate, alberi crollati. Un migliaio di utenti senza energia, centocinquanta gli uomini all'opera. Chiamo il meteorologo, sento il nevologo, intervisto l'esperto, contatto il carabiniere, interpello il comandante dei vigili, scopro quanti spalaneve lavorano. I centimetri di neve salgono: venti, quaranta, cinquanta, settanta. Sale anche l'adrenalina. Pericolo di valanghe, si chiudono le strade. Statale Cinquanta, Quarantotto, Seicentoquarantuno, Duecentotrentanove. Provinciale Centotrentatrè, Centoquarantadue, Settantanove, Trentuno, Venticinque, Ottantacinque, Ottantasei, Trentaquattro, Duecentoquarantadue, Duecentoventuno. Si scarica il telefono. Batteria scarica, corrente in arrivo. Le scuole? Chiuderanno le scuole? Disagi in Valsugana? Ruffrè senza corrente? Cavalcavia in via Maccani chiuso? Via Brennero in colonna? A-ventidue a singhiozzo? Rallentamenti in uscita a Trento centro?. Marta vieni di là, che ti cercano. Marta potresti sentire quella signora lì. Vei, Marta, vei. E poi le battute: tremilasettecento, millesettecento, semilaegiudilà. Esco dalla redazione, sprofondo fino al ginocchio. Appuntamento saltato, concerto finito, pizza con Ian e incontro un'amica. Ma ho sonno, non riesco a parlare, faccio fatica a ascoltare. Penso di odiare la neve. Anzi, io odio la neve!.
A casa. Mi siedo sul letto e con tanta amarezza nell'anima finalmente capisco il senso di quello che da mesi sento dire e che da sempre non voglio credere: il giornalismo rende ciniche le persone.
Pubblicato alle 22:03
[Commenta] [Vedi commenti] (2)

che invidia la neve....
I'm dreaming of a white Xmas...
Gemma, 12 dic 2008, 15:24

Un giornalista cinico è colui che scrive una mera e fredda sequenza di parole e dati. Ma io penso che se in quello che si fa ci sono passione, indignazione, e si riesce trasmettere qualcosa di più di un testo stampato, si abbia un buon antidoto al cinismo Una volta finito di lavorare, togli l'abito del giornalista e non lo riprendere fino alla mattina dopo! (in questi casi uno sdoppiamento di personalità potrebbe aiutare :P)
Fabry, 12 dic 2008, 15:53